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Mission Impossible

Mission Impossible

Meno male che Silvio c’è!

“In 58 giorni siamo riusciti nella missione impossibile. E’ stato smentito chi pensava che il governo non ce l’avrebbe fatta. L’emergenza è superata: abbiamo smaltito 50mila tonnellate di rifiuti”. Lo afferma il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi per cui “Napoli torna ad essere una città occidentale, ordinata e pulita”.

Ennesima presa per il culo? Sì, avete sentito bene: Napoli è stata bonificata e “occidentalizzata”! Oc-ci-den-ta-liz-za-ta. Una finta soluzione pragmatica, di facciata; un pacchetto già confezionato come notiziabile per i mezzo busto di regime. In realtà, si tratta di un passaggio fondamentale nel contesto di un’operazione molto pià articolata e pianificata da tempo: una sorta di variante casalinga della stessa strategia già collaudata in Irak e che può essere sintetizzata in tre punti: si mobilitano le forze armate, si distrugge sistematicamente ogni cosa e poi si appalta la ricostruzione.

Tutt’altro che un blitz, la variante casalinga della stratergia distruggi-reprimi-e-ricostruisci- guadagnando alla grande è ancor più faticosa di una guerra lampo, richiede mente fredda, pazienza e fatica.

Per prima cosa si riduce l’intera area teatro delle operazioni, nel caso la regione Campania, a una Cernobyl chimica attraverso una serie ben programmata di sversamenti abusivi di sostanze tossiche provenienti dalle industrie del Centro-Nord, le quali, d’accordo con la malavita locale da una parte, e funzionari opportunamente corrotti dall’altra o dalla stessa parte, hanno gioco facile nell’individuare i siti-target, che possono essere indifferentemente discariche già adibite a rifiuti non-speciali, parchi naturali o anche aree densamente popolate. Gli “effetti collaterali” verranno semmai valutatti in un secondo momento, oppure ci si potrà anche sbattere il cazzo: si sa, in operazioni di questo calibro la popolazione è sacrificabile.

Riempite le discariche e i parchi naturali, determinata cioè la situazione emergenziale richiesta per il corretto procedere delle operazioni, si lancia la fase due, articolata in:

  1. Dichiarazione dello stato di emergenza (creata appunto, ad arte) e militarizzazione dell’area con conseguente sospensione dello stato di diritto.
  2. Repressione armata e/o sabotaggio di ogni iniziativa della popolazione orientata a soluzioni diverse da quelle in programma, cioè gli inceneritori. Nella fattispecie, va scoraggiata la riduzione alla fonte e ostacolata la raccolta differenziata dei rifiuti, ferma restando la priorità di tenere nascoste le infrastrutture alternative esistenti e condannare consimili progetti sovversivi di impianti di trattamento biologico meccanico basati sulla separazione e il riciclaggio.
  3. Imposizione della soluzione finale in quanto unica possibile, necessaria e improrrogabile: l’inceneritore, seguita da un’operazione cosmetica di ripulitura della merda galleggiate, affiancata da una massiccia propaganda sui presunti benefici degli inceneritori, con occultamento sistematico dei dati scientifici sulle conseguenze catastrofiche che ne derivano per la salute della popolazione e diffusione di dati fasulli sull’uso degli stessi in altri paesi europei.

Compiuta la seconda fase, la terza consisterà nella pratica ricorsiva dell’appalto truccato (assegnato magari alle stesse lobby del riciclaggio selvaggio – chi meglio del tuo avvelenatore può conoscere l’antidoto?), nella costruzione degli impianti e infine nella spartizione del dividendo.

Così, pacatamente, poco a poco, l’amicone di Bush si è ripresa la sua Baghdad da “occidentalizzare” e sfruttare, e meglio ancora del petroliere, lo stercoraro chimico ce l’ha dietro l’angolo di casa, non ha bisogno dei bombardieri e in più può contare su di una popolazione un po’ assonnata ma in fondo amica, che l’ha votato fiduciosa.

Il problema ora è che, di solito, quando ci si risveglia da un incubo si è piuttosto incazzati, e c’è già chi lo è, sveglio, e molto incazzato.

Sì, perché dopo 58 giorni, nulla è cambiato, anzi.

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